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29/10/07

Cronolgia storica del Navile

Si può senz'altro definire atipica la collocazione geografica della città di Bologna.
A differenza infatti di tutte le realtà similari, l'area urbana si aggregò sulle prime terre emerse attorno al torrente Aposa , lontano da Reno e Savena. Ancora oggi , osservando una "pianta" di Bologna appare evidente l'assenza di un fiume che la attraversa. Già in prossimità dell'anno mille la città soffriva per tale mancanza e cominciò a costruirsi un reticolo idraulico artificiale capace di fornire forza motrice, di alimentare l'irrigazione e d'essere fattore di produzione.
I rapporti civili e commerciali con le altre città avvenivano allora attraverso la navigazione palustre, il primo porto cittadino era collocato alla "Piscariola", l'attuale Selva di Pescarola.
L'azione del fiume e dei torrenti collinari caratterizzati da una fortissima connotazione torrentizia accentuò in quel periodo l'interrimento della prima area a nord della città , rendendo difficoltosa e pericolosa la navigazione.
I bolognesi pensarono allora di costruirsi una via d'acqua sicura fra quella palude dove cominciavano ad emergere le terre, grazie all'azione naturale della bonifica per colmata.
E' in questa condizione che i bolognesi pensarono di aprirsi una via sicura verso il mare, utile per i commerci.
Il Navile si deve quindi considerare un'opera idraulica capace di non disperdere acqua, consentendo con ciò la percorribilità nei due sensi a barche di basso pescaggio.
Da sottolineare è l'atipica origine del Navile rispetto ad altri canali artificiali; infatti non si tratta di un vettore per trasportare acqua da un luogo ad un altro in zona asciutta, ma un contenitore in grado di impedire che le acque immesse si confondessero con le acque esterne della palude, con ciò consentendo una più sicura navigazione.
Per alimentare questa vera e propria "autostrada d'acqua" l'intero reticolo idraulico naturale e artificiale urbano fu convogliato nel Navile, così da utilizzare le stesse acque, in città per la produzione di energia, e , a valle, per la navigazione.
Può dirsi questo uno dei più vistosi ed eclatanti esempi di artificializzazione ad uso produttivo e commerciale del territorio.Da allora il sistema canale di Reno, canale di Savena e Navile ha rappresentato per la città fonte di ricchezza capace anche di assicurare un soddisfacente equilibrio idraulico del territorio urbano.
La realizzazione e il mantenimento di tale sistema sono stati tutt'altro che agevoli: il Navile, infatti, sconta un grave peccato originale, ha cioè una pendenza naturale maggiore rispetto al fiume dal quale è derivato; ciò determina forte erosione delle sponde e quindi espurgo ed innalzamento arginale.
La nuova via d'acqua rispondeva anche ai crescenti bisogni di una agricoltura in espansione; è in quel periodo che si affermava il sistema della piantata emiliana.
La città che, dopo la caduta dell'Impero romano, per circa cinque secoli si era ridotta ad essere un piccolo "oppidum", dentro le mura di selenite, conobbe anni di grande espansione, la popolazione aumentò vertiginosamente, la politica del Comune fece sì che professionalità diverse venissero sollecitate a trasferirsi a Bologna.
Tutto questo richiedeva energia per le attività molitorie e facile commercializzazione dei prodotti trasformati.
Il Navile, che vedeva così concludere la sua secolare vocazione per il trasporto fluviale, già trasformato in vettore per l'alimentazione irrigua, aveva, a cavallo fra il XIX e il XX secolo, cominciato a svolgere una nuova importante funzione, quella di recettore e trasportare delle acque reflue urbane.
Per secoli, infatti, le acque nere della città erano immesse nei pozzi neri; ma con la riattivazione dell'acquedotto augusteo le reflue urbane non potevano più essere contenute, e il Navile divenne il naturale scarico della città.
Il secolo appena concluso ha visto consolidarsi quest'ultima funzione, svolta insieme ai canali di Reno e Savena, ricevendo dapprima le reflue urbane direttamente, poi, via via che si completava la realizzazione del sistema di fognatura, solo le acque di pioggia, contribuendo con ciò al buon assetto del territorio.
Il nuovo secolo e le rinnovate necessità di Bologna potranno avere ancora una volta risposte importanti dal sistema cittadino di Reno e Savena e dal vettore di valle Navile.
L'esistenza di questo acquedotto artificiale consentirà la realizzazione di importanti interventi volti a migliorare la qualità della vita del nostro territorio.
Un primo importante esempio è la prossima pulizia delle strade dalle polveri sottili effettuata con acque non potabilizzate, tale da ridurre il carico inquinante prodotto dalla combustione degli idrocarbiuri e migliorerà l'efficienza dei depuratori.
Inoltre, facendo ciò si otterrà il contenimento dei nefasti effetti dovuti allo sversamento nei corsi d'acqua naturali delle acque di prima pioggia.
I canali, per la maggior parte inglobati nell'area urbana, se considerati anche come siti di rilevante valore ambientale, potranno costituire elemento qualificante dello sviluppo territoriale; parchi aree ecologiche, piste ciclabili e altro, potranno aggregarsi attorno al sistema idraulico artificiale, che intanto continuerà anche ad operare a favore dell'agricoltura.
In conclusione, si può senz'altro affermare che l'opera di conservazione assicurata dai Consorzi dei canali di Reno e Savena, che ha permesso di mantenere vivo l'antico sistema idraulico cittadino e di alimentare il Navile, consente oggi di disporre di un importantissimo strumento per uno sviluppo territoriale armonico.

CURIOSITÀ E NOTIZIE VARIE SUL NAVILE
La navigabilità era assicurata soltanto per sette mesi all'anno a causa della carenza d'acqua estiva.
Le barche erano tozze, a basso pescaggio (metri 1,30) e con la punta rialzata da entrambe le parti in modo da poter navigare nelle due direzioni.
Mediamente erano lunghe dai 6 ai 10 metri e larghe 3.
Vi erano anche differenti tipi di imbarcazioni:
il "bucintoro", che era una nave coperta destinata ai servizi dei passeggeri;
la "nave", o barca, utilizzata dalla navigazione superiore, cioè fino a Malalbergo, era destinata al trasporto umano e delle merci;
il "burchiello", era una barca interamente scoperta, così come il "sandalo", di più ridotte dimensioni: il primo era utilizzato nella navigazione superiore, il secondo in quella inferiore.
Le barche erano tutte di proprietà privata, e i "paroni" avevano una autorizzazione rilasciata dalla "Gabella Grossa", che possedeva solo piccoli natanti di servizio: per esempio, la "ghiacciarola", utilizzata d'inverno per rompere i ghiacci.
Le merci erano costituite dai prodotti della campagna bolognese e dal pesce fresco delle valli e dello stesso canale.
Giungevano a Bologna anche marmi, pesce dell'Adriatico, olio, vino e legname per le costruzioni. Importantissimo era il sale, proveniente soprattutto da Cervia.
Il primo "corriere postale" fu istituito a metà del 1500, e collegava due volte la settimana Bologna con Ferrara e Venezia.
Ai viaggiatori era richiesta tanta pazienza: 4 ore dal porto a Corticella , e 7 ore per andare a Malalbergo.
Le barche erano poi spesso sudicie; durante il viaggio si mangiava, si dormiva, si giocava, e spesso si veniva anche derubati.
Le figure professionali destinate ad assicurare l'efficienza del Navile erano nell'ordine:
il "custode" del porto cittadino, responsabile dell'intera zona portuale;
il "gabellino", che aveva il compito di riscuotere i dazi;
il "cattenarolo", che aveva il compito di impedire l'uscita delle barche senza che avessero pagato il passaggio , tirando una catena dagli opposti lati del canale;
i "sostegnaroli", incaricati di assicurare il funzionamento dei sostegni;
il "cavalcante", cioè il guardiano che mensilmente percorreva a cavallo il canale e ne programmava la manutenzione;
i "battifanghi", cioè coloro che, percorrendo a piedi il canale , eseguivano la pulizia delle restare e degli argini; infine,
il "capitano" di Malalbergo, responsabile del sostegno del sito dove si concludeva la navigazione superiore.

INTERAZIONI FRA TERRITORIO URBANO E CAMPAGNA
La nascita del Navile può datarsi intorno all'anno mille.
A quell'epoca infatti , poco a noed della via Emilia, cominciavano le zone acquitrinose miste a macchie boscate che, più a nord ancora, si confondevano nella vastissima palude del Delta del Po. Le aree abitate erano sopraelevate e le zone coltivate venivano dotate di scoli artificiali.
Nel XIII° secolo il paesaggio cominciò a modificarsi in conseguenza dell'agire dell'uomo, che orientò le scelte agronomiche verso la cerealicoltura e la viticoltura.
La campagna cominciò ad essere occupata da dispendiose infrastrutture quali strade, colture intensive e canali navigabili resi necessari a causa della perduta navigazione palustre; il Reno allora sfociava nel Po, che poco a valle si divideva in due rami quello a nord di Ferrara, detto di "Volano", e quello a sud, detto di "Primaro".
Nel 1152 vi fu la naturale e rovinosa rotta di Ficarolo, alla quale seguì. a cavallo del secolo, una nuova rotta artificiale, sempre nel versante sinistro, grazie alla quale si formò un ulteriore ramo posto a nord di Ferrara, detto "Po di Venezia".
Da ciò ebbe origine il disordine idraulico che caratterizzò i secoli successivi, e molti fiumi collinari si videro privati del proprio sfogo naturale, riversando le proprie acque sui terreni conquistati dall'uomo.
Il Po, a causa del costante apporto di sedime, alzava continuamente il proprio letto, divenendo sempre più incapace di ricevere le acque dei propri affluenti, così che ,nei secoli successivi, si registrarono ripetute inondazioni causate dai corsi d'acqua collinari.
Il Reno venne arginato e immesso nel Po di Ferrara solo nel 1522.
Nel 1600 i ferraresi dirottarono il Reno, cercando di colmare la valle di San Martino, e nel contempo di richiamare nell'antico alveo il corso principale del Po.
Il piano fallì a causa delle insufficienti tecniche operative dell'epoca, così che la bonifica per colmata portò sempre più a sud le aree sommerse.
Gli insuccessi dei ferraresi si riversarono sulla campagna bolognese, che di ciò subì le conseguenze per tutto il XII° secolo.
Il canale Navile fino ad allora continuava a confluire nel Po di Primaro, e la navigazione aveva due possibilità: la prima utilizzava questa via, la seconda si effettuava attraverso le valli in direzione di Comacchio.
Le frequenti rotte del Reno si riversarono sulla pianura a nord costringendo la navigazione "bassa" a spostarsi verso est.Nel 1742 il Cardinale Lambertini, divenuto Papa col nome di Benedetto XIV , ordinò la realizzazione di un cavo, che in suo onore venne chiamato "benedettino", con lo scopo di ricevere le acque del Reno, oltre a quelle dei corsi d'acqua confluenti a Passo Segni: Organa, Volta, Navile, Savena e Idice.
La navigazione a quel punto prevedeva il passaggio attraverso il Reno, indi nel Po di Primaro, attraverso successivi trasbordi delle persone e del materiale.
La rovinosa rotta del 1741 portò, nel 1795, all'immissione del Navile nel Reno a Passo Segni, e alla definitiva inalveazione del Reno nel Po di Primaro; coeva è la diversione del Savena nell'Idice.
Da allora , Napoleone prima. ed altri più recentemente, progettarono la reimmissione del Reno in Po grande, senza che si passasse alla fase operativa.

Fabio Marchi (Segretario Generale del Consorzio Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno)

Trascrizione qui consentita per gentile concessione dell'Editore "Monte Sole Bike Group", della pubblicazione "La CicloVia del Navile".

28/10/07

Il sistema dei canali di Bologna

Bologna nel Medioevo possedeva una fitta rete di corsi d'acqua. Sebbene quest'opera di canalizzazione urbana sia scomparsa quasi completamente, se ne conserva traccia in molti toponimi urbani.
Il sistema idrico era un'importante realizzazione tecnologica e rispondeva a diverse esigenze: difesa strategica della città, rifornimento idrico per usi domestici e attività artigianali (conciatura delle pelli, lavorazione dei tessuti), produzione di energia idraulica necessaria a vari opifici (mulini, filatoi per la seta).
Gli importanti contributi di alcuni bolognesi, come Domenico Guglielmini, alla "scienza delle acque" sono legati a questa tradizione cittadina, oltre che ai problemi comuni a tutta la valle del Po.
Bologna si dotò di una rete idrica artificiale gradualmente tra i secoli XII e XVI, cominciando con la costruzione delle chiuse di Casalecchio e di S. Ruffillo, rispettivamente sul fiume Reno e sul torrente Savena.
La costruzione del canale di Savena fu realizzata a spese del Comune alla fine del XII secolo. Probabilmente si trattò, anziché di una costruzione ex-novo, dell'approfondimento del tracciato di un canale già esistente.
L'operazione si rendeva necessaria sia per accrescere il numero dei mulini da grano, sia per alimentare il fossato della seconda cerchia di mura, le Mura dei Torresotti, costruita per difendere la città da Federico Barbarossa.
Inizialmente il canale lambiva il lato orientale delle mura nella zona di S. Vitale. Successivamente furono realizzate altre due ramificazioni, una verso Porta Castiglione e un'altra che, passando sopra il torrente Aposa, entrava in città attraverso Porta San Mamolo.
Poco tempo dopo lo scavo del canale di Savena una quarantina di privati, indicati successivamente con il nome generico di Ramisani, costituirono un consorzio per costruire un canale che convogliasse in città l'acqua del Reno.
A tale scopo fu realizzata una chiusa che innalzava il livello del fiume.
Il canale giungeva fino nei pressi del fossato occidentale delle mura dei Torresotti, lo costeggiava fino a superare l'odierna via delle Moline, quindi piegava verso nord per dirigersi verso la campagna.
Lungo il canale i Ramisani costruirono une rete di mulini produttiva ed efficiente.
Le acque dei canali, una volta utilizzate per attività industriali e civili, confluivano in località Bova e servivano a sostenere la navigazione fluviale lungo il Canale Navile.
Questo canale, costruito nel 1208, garantiva una via al traffico commerciale da Bologna verso Ferrara e Venezia.
All'interno delle mura la distribuzione capillare delle acque era assicurata da un insieme di canaletti sotterranei o chiaviche.
Nella zona delimitata dal canale di Reno e dalle mura tra porta S. Isaia e Porta Lame, l'acqua delle chiaviche muoveva le ruote dei mulini da seta collocati nelle cantine degli edifici.
Le chiaviche scorrevano poco al di sotto del livello stradale e alcuni metri più in basso i "chiavicotti" recuperavano l'acqua utilizzata per immetterla nuovamente nei canali.

27/10/07

La lavorazione della seta

Il sistema idrico di Bologna era importante anche per la diffusione dell'acqua ai numerosi mulini da seta presenti in città.
La seta è una fibra naturale prodotta dal baco per formare il bozzolo.
Fin dall'antichità questo filo lungo alcune centinaia di metri veniva svolto dal bozzolo attraverso una prima lavorazione detta trattura.
Per questa operazione occorrevano una bacinella e un aspo.
Dalla bacinella che conteneva i bozzoli a bagno nell'acqua calda, una lavorante formava con una decina di capi un unico filo, che un'altra donna avvolgeva su un aspo formando una matassa.
Progressivamente la trattura si concentrò in grandi filande dove decine di operaie eseguivano il lavoro con macchine sempre più perfezionate.Prima della tessitura i filati subivano un'ulteriore lavorazione; uno o più fili venivano irrobustiti e compattati attraverso ripetute torsioni.
Questa operazione, detta torcitura, si faceva tradizionalmente a mano, o con l'aiuto di piccoli strumenti domestici, come il fuso.
Tuttavia a Bologna fin dal Trecento venne utilizzata per la torcitura della seta una macchina complessa di origine lucchese, il filatoio rotondo.
Si trattava di una macchina mossa a braccia che permetteva di svolgere e torcere contemporaneamente i fili di centinaia di rocchetti.
Al prototipo lucchese i bolognesi applicarono la ruota idraulica e in tal modo filatoi di piccole dimensioni collocati in una stanza si trasformarono in mulini da seta disposti su tre o quattro piani di edifici nei quali si affollavano decine di operai.I filatoi potevano utilizzare solo fili avvolti in rocchetti.
Il trasferimento dei fili dalle matasse sui rocchetti, detto incannatura, era eseguito a mano da donne che lavoravano nelle loro case.
Questa operazione manuale, a causa della sua lentezza, creava un rallentamento del ciclo produttivo, solo parzialmente meccanizzato.
Nel Cinquecento a Bologna per risolvere questo problema fu introdotto l'incannatoio meccanico azionato dagli organi di trasmissione del filatoio.
I mulini da seta alla bolognese (con ruota idraulica e incannatoio meccanico) risultavano particolarmente efficienti in quanto aumentavano i ritmi produttivi e garantivano filati di migliore qualità.La velocità costante della ruota idraulica, assicurata da un regolare flusso d'acqua, permetteva di ottenere dei filati uniformemente ritorti e più resistenti.
Col mulino da seta si preparavano vari tipi di filati per trame e orditi.
Il più famoso di questi era l'organzino ottenuto dalla torsione congiunta di due fili prima torti separatamente.
Gli storici della rivoluzione industriale affermano che il mulino da seta alla bolognese rappresenta un importante esempio di sistema di fabbrica protoindustriale.
Il processo produttivo era infatti interamente meccanizzato: gli operai si limitavano ad alimentare le macchine, annodare i fili quando si rompevano, togliere le matasse già ritorte dall'aspo e riporle in apposite ceste.
La lunghezza della giornata lavorativa degli operai dei mulini si aggirava sulle quattordici ore.
A causa di un pregiudizio che considerava la luce del sole dannosa per il colore della seta, si lavorava in spazi ristretti e nella semioscurità.
L'aria chiusa, umida e polverosa e l'eccessiva lunghezza della giornata lavorativa erano particolarmente dannose per la salute degli operai, tra i quali erano numerosi i bambini.La tecnologia del mulino da seta fu custodita a Bologna come il più geloso dei segreti, poiché si temeva che la sua diffusione in altre città avrebbe alimentato una pericolosa concorrenza. Tuttavia, malgrado le gravi pene previste per chi violava il segreto, già alla fine del Cinquecento il sistema del filatoio alla bolognese venne esportato a Reggio e a Venezia.
Verso la seconda metà del Seicento i mulini da seta cominciarono a diffondersi nell'area lombarda e in Piemonte.
All'inizio del Settecento una spia industriale inglese, John Lombe, portò in Inghilterra il segreto del mulino e, grazie all'aiuto di operai specializzati di origine italiana, costruì vicino a Derby un grande mulino da seta.Secondo alcuni storici si tratterebbe della prima fabbrica moderna realizzata in Inghilterra.
Per le ragioni di segretezza già ricordate, le immagini a noi pervenute relative alla macchina da seta alla bolognese sono poche, reticenti o lacunose.Solo i disegni di Heinrick Schickhardt (1599) e di Antonio Zonca (1607) riproducono la macchina nella sua complessità, pur non fornendo elementi sufficienti per la costruzione.
La produzione della seta è stata per secoli il più importante settore dell'economia bolognese. A guidarlo era la potente corporazione dell'Arte della Seta.
Alla fine del Seicento si concentravano entro le mura di Bologna 119 mulini da seta mossi da 353 ruote idrauliche, della potenza di 1 o 2 HP, alimentate dall'acqua che raggiungeva le cantine di interi isolati.
Il setificio bolognese, che alla fine del XVI secolo dava da vivere a circa il 40 % della popolazione, era suddiviso in due settori: l'Opera bianca o dei veli, che impiegava solo sete locali, e l'Opera tinta, specializzata nella produzione dell'organzino e dei drappi.
I contadini erano obbligati a vendere la seta greggia sul mercato urbano.
Questo allo scopo di alimentare le industrie concentrate a Bologna.
La maggior parte della seta prodotta veniva esportata tramite Venezia sul mercato internazionale, in Francia, nelle Fiandre, in Germania, in Inghilterra, nell'Oriente turco.
Dalla fine del Seicento cominciò un lento declino dell'industria serica bolognese.
La costruzione di mulini più perfezionati capaci di fornire prodotti di migliore qualità in Piemonte, Lombardia e Veneto, l'instabilità politica, le guerre del periodo napoleonico e la forte diminuzione della produzione dei bozzoli concorsero al tramonto definitivo dell'industria serica bolognese.
Nei primi decenni dell'Ottocento i mulini da seta appaiono ormai in decadenza.
Se la ricerca di nuove soluzioni e innovazioni tecnologiche era stata il punto di forza di Bologna in questo settore, l'incapacità di rinnovare le tecnologie e fronteggiare la concorrenza con macchine più moderne fu il vero motivo della crisi.